Le liquidazioni giudiziali in Italia hanno ripreso a crescere. E lo fanno a un ritmo che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche.
Secondo l’indagine CRIBIS (gruppo CRIF), nel secondo trimestre del 2025 sono state 2.712 le imprese costrette ad avviare una procedura di liquidazione giudiziale. Rispetto allo stesso periodo del 2024 l’incremento è del 18%. Se si allarga lo sguardo ai due anni precedenti, la crescita complessiva raggiunge il 33%.
L’Osservatorio Procedure e Liquidazioni di Cerved aveva già fotografato la tendenza a fine 2024: i casi erano passati da 7.848 nel 2023 a 9.194, con un balzo del 17,2%. I primi mesi del 2025 hanno confermato e accelerato la direzione, con 2.427 procedure nel solo primo trimestre — un ulteriore +10,1%.
La Lombardia guida la classifica regionale per numero assoluto di procedure. Nel secondo trimestre 2025 si contano 543 liquidazioni giudiziali nella regione, quasi il doppio del Lazio (400) e oltre il doppio dell’Emilia-Romagna (239). Il dato non sorprende, considerata la densità del tessuto imprenditoriale lombardo. Ma la concentrazione resta significativa: insieme, queste tre regioni assorbono quasi la metà dei casi registrati in tutta Italia.
Guardando ai territori lombardi, Milano è il principale epicentro della crisi. Seguono Brescia con 139 procedure nel primo semestre, Bergamo con 91, e Monza e Brianza con 85 casi. Varese chiude la graduatoria dei cinque territori più colpiti con 61 procedure.
I settori che soffrono di più raccontano molto della fase economica che stiamo attraversando. Il commercio è il comparto con il maggior numero di liquidazioni: 826 casi nel secondo trimestre 2025, in forte crescita rispetto ai 713 del trimestre precedente. Le costruzioni pagano la fine della stagione dei bonus edilizi, con un incremento del 25,7% già registrato nel 2024. L’industria manifatturiera è stata colpita dalla congiuntura negativa: il comparto dei metalli ha visto un aumento del 48,4%, il sistema moda del 41,1%.
Dietro i numeri ci sono cause che si sommano e si rafforzano a vicenda. L’impennata dei costi energetici ha eroso i margini delle imprese meno capitalizzate. L’aumento dei tassi di interesse ha reso insostenibile il servizio del debito per le aziende già indebitate. La fine delle misure straordinarie introdotte durante la pandemia — moratorie, garanzie pubbliche, sospensione delle procedure — ha rimesso in circolo una massa di fragilità che era stata temporaneamente congelata.
L’aspetto più insidioso della crisi aziendale è la sua progressione silenziosa. Un conto economico apparentemente in equilibrio può nascondere un cash flow in deterioramento, un indebitamento che cambia natura, passando dai fornitori alle banche e poi al fisco. Quando i segnali diventano evidenti — il ritardo sistematico nei pagamenti, la difficoltà a ottenere credito, la necessità di attingere al patrimonio personale — spesso il margine di manovra si è già ridotto in modo drastico.
La legge oggi impone all’imprenditore di agire tempestivamente. Il Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza prevede l’obbligo di dotarsi di strumenti per rilevare lo squilibrio economico-finanziario prima che diventi irreversibile. Ritardare significa non soltanto peggiorare le possibilità di risanamento, ma esporsi a responsabilità personali gravi, compresa la bancarotta per aggravamento del dissesto.
Se la vostra azienda attraversa difficoltà finanziarie, o se osservate segnali che non riuscite a interpretare con certezza, il passo più importante è chiedere un parere qualificato. La nostra Organizzazione offre un parere di massima gratuito per valutare la situazione. Da lì si può procedere con un’analisi approfondita, l’individuazione delle cause del dissesto e, dove possibile, la definizione di un piano di risanamento o la scelta della procedura concorsuale più adatta a proteggere l’imprenditore e i suoi interessi.
Aspettare non è una strategia. I numeri lo confermano ogni trimestre.
Fonti: